donne e criminalità organizzata

Le donne dei clan: comandano come gli uomini, spietate come gli uomini

Quando si parla di donne di camorra solitamente il pensiero va a femmine vendute o comprate per sancire un’alleanza a mezzo di un matrimonio, alle donne vestite perennemente a lutto che lanciano urla di dolore durante i funerali dei morti ammazzati, che strillano durante gli arresti o che baciano i congiunti attraverso le sbarre durante i processi. Un dipinto che rappresenta solo a metà la realtà.
All’interno dei clan il ruolo femminile si è molto sviluppato abbattendo i preconcetti che volevano la donna sempre sottoposta agli uomini, figura che traeva la propria forza solo riflettendo l’immagine di un marito, padre o fratello. Le donne di camorra, con il tempo, hanno assunto sempre più ruoli rilevanti.
Parimenti con la possibilità per una donna di far carriera nella società camorrista si è sviluppato un modo di concepire la “femmina che rifiuta di partecipare all’onorata società” come una figura molto pericolosa, da punire e svilire oltre ogni misura. Il rifiuto delle donne alla camorra, in un mondo fondamentalmente matriarcale com'è la realtà campana, può far crollare le basi su cui gli equilibri del clan si poggiano.

Una figura significativa di donna manager nella gestione del clan, è rappresentato da Anna Mazza.
Anna Mazza è la prima donna a essere stata condannata per reati d’associazione mafiosa in Italia, è a capo del clan Moccia di Afragola fin dagli anni Settanta e fa del racket una delle sue prime fonti di guadagno. La Mazza si è dimostrata in grado di ramificare il suo potere ovunque ce ne fosse bisogno, nel suo comune di origine, Afragola, dove per la sua influenza si dovette arrivare anche a commissariare il comune; come a Treviso, dove negli anni Novanta prese contatti con la mafia del Brenta.

Alcune indagini della DDA di Napoli hanno rivelato che l’artefice della rinascita economica delle ditte del clan Moccia nell’ambito dell’edilizia e della movimentazione della terra è stata opera di un altra donna, amica intima di Anna Mazza, Immacolata Capone. La Capone era un’imprenditrice legata da rapporti d’affari anche con i clan degli Zagaria e i casalesi. Immacolata era solita andare in giro scortata da due ragazze come guardaspalle a bordo di una Smart gialla, una vettura quasi eletta a status-symbol per le donne di camorra. Questo però non ha impedito che venisse uccisa nel 2004 con modalità chiaramente camorriste.

Giuseppina Nappa, moglie del boss Francesco Schiavone, ha rivestito lungamente un ruolo centrale nella gestione degli affari della famiglia. Nei suoi confronti, a gennaio, i magistrati della DDA partenopea hanno emesso un’ordinanza di custodia cautelare contestandole il reato 416 bis “associazione di stampo mafioso”.



Erminia Giuliano, detta Celeste, la lady camorra del clan di Forcella venne arrestata dopo dieci mesi di latitanza vissuti, a detta degli investigatori, da vero uomo d’onore. Una donna dura capace di pugnalare un’avversaria con un coltello imbevuto nel peperoncino per aumentare la sensazione di bruciore e di lanciare l’auto nella vetrina di un commerciante restio a pagare il pizzo.


Maria Licciardi, detta ‘a Piccerella , è tra i più temibili tra i boss, non solo fra le donne. E’ boss di Secondigliano e con Francesco Mallardo ed Eduardo Contini rappresenta uno dei capi massimi della cosiddetta alleanza di Secondigliano. Secondo le accuse del boss pentito Giuseppe Misso, Maria Licciardi sarebbe una sanguinaria senza pietà in grado di macchiarsi di più di cento omicidi.

Le sorelle Rita, Maria e Anna Aieta sono tutte mogli di boss, Francesco Mallardo Edoardo Contini e Patrizio Bosti, facenti parte dell’alleanza di Secondigliano ed è grazie a loro che l’alleanza tra i tre clan si è potuta cementificare e diventare granitica.
Secondo le testimonianze di alcuni pentiti fu Concetta Tecchio, moglie del boss dei quartieri spagnoli Ciro Mariano, a svolgere un ruolo determinante nell’organizzazione della strage del venerdì Santo del 1991.

C’è anche Annamaria Giarra, recentemente condannata per estorsione e associazione camorristica;
Marianna Giuliano, uno dei boss di Forcella specializzata nello spaccio di droga;
Teresa De Luca, ritenuta elemento di spicco di un clan di Ponticelli.



Andando indietro nel tempo troviamo Paolina Gravano storica ristoratrice della camorra d’oltremanica;
Rosetta Cutolo, sorella maggiore di Raffaele Cutolo che si dice fu colei che tenne in pugno le redini della Nuova Camorra Organizzata dal 1979 al 1983;

Teresa Deviato che negli anni Novanta organizzò il più lucroso racket delle estorsioni;
Patrizia Ferriero in grado di tenere a libro paga numerosi poliziotti;











fino ad arrivare a quella che forse fu la capostipite di tutte le donne di camorra, Pupetta Maresca.
Assunta Maresca, nota come Pupetta, sposò nel 1955 un boss di camorra che fu assassinato ottanta giorni dopo il loro matrimonio. Incinta di sei mesi vendicò il marito uccidendo di suo pugno il mandante dell’omicidio, Antonio Esposito.
Tra le donne di camorra il fenomeno del pentitismo è estremamente raro. “Nella camorra è come nella vita” disse il capo della squadra mobile di Napoli Vittorio Pisani. “Bisogna sempre che facciano meglio degli uomini per essere trattate come gli uomini”.

Le donne sono infatti i soggetti che più difficilmente ripudiano il mondo camorrista. Anna Vollaro, nipote del boss Luigi Vollaro, difese strenuamente i beni di famiglia arrivando nell’ottobre ‘93, a soli 29 anni, a darsi fuoco per protestare contro il sequestro della sua pizzeria ad opera della polizia. La Vollaro si fece ardere viva per protestare contro il sequestro di un bene conquistato con soldi provenienti dalla camorra che lei considerava frutto di un’attività imprenditoriale come un’altra.
Giuseppina Schiavone figlia del pentito Carmine Schiavone, subito dopo il pentimento del padre ebbe a scrivere parole tremende sul padre, lo definì “un grande falso, bugiardo, cattivo ed ipocrita che ha venduto i suoi fallimenti, una bestia. Non è mai stato mio padre. Io non so neanche cosa sia la camorra”.

Susanna A. Pejrano Ambivero (Milano, 06 Agosto 1971) ha una formazione medico scientifica, spesso impegnata in battaglie sociali e culturali soprattutto nell'ambito del contrasto alla mentalità mafiosa. Vive nel profondo nord, a Cologno Monzese (MI), località tristemente nota per fatti di cronaca legati a 'ndrangheta e camorra.
fonte

San Giuliano M. (MI) - Cristina Del Prete: "Si rispetta il cane per rispettare il padrone"
7 marzo 2012 - I militari della compagnia dei carabinieri di San Donato Milanese hanno arrestato quattro persone ritenute responsabili dell'omicidio di Saverio Luca Verrascina,ucciso da due colpi di pistola davanti alla propria abitazione a San Giuliano Milanese, lo scorso 10 gennaio, in via dei Mille.
Le indagini hanno permesso di individuare altre persone che dovranno rispondere, a vario titolo, della violazione delle norme inerenti le sostanze stupefacenti, detenzione di armi comuni e da guerra, ricettazione, lesioni e sequestro di persona.

I quattro arrestati sono:

Cristina Del Prete, già indagata per associazione a delinquere di stampo mafioso;

il figlio Carlo Caiazzo;

Maurizio Lamanuzzi e Armando Esperto;
Jean Jannaccio è stato arrestato con l'accusa di lesioni gravissime e sequestro di persona per aver partecipato, con la vittima, alla spedizione punitiva che fu all'origine del delitto, due giorni prima;
una sesta persona, Salvatore Pirone, è stato arrestato per il possesso illegale di armi.
Secondo le indagini dei carabinieri, che si sono incrociate con quelle della squadra mobile di Como su un traffico internazionale di droga, Verrascina e Jannaccio avevano sequestrato e picchiato, due giorni prima, l'autore materiale del delitto, Giuseppe Pellettieri - arrestato poco dopo l'omicidio e legato ai Caiazzo - per punirlo per uno sgarro: da due anni Pellettieri era debitore di 4mila euro per aver comperato un chilogrammo di hashish.
L'uomo era stato prelevato a casa dal Verrascina, ritenuto un picchiatore, e dallo Jannaccio, davanti a moglie e figli, portato in un luogo appartato e pestato pesantemente, tanto che rischiò di perdere un occhio.
Uno sgarro che la famiglia Caiazzo, originaria di Torre Annunziata e ritenuta legata al clan camorristico dei Gionta, non poteva lasciare impunito.
E sarebbe stata la madre di Carlo Caiazzo a promuovere la punizione:
Si rispetta il cane per rispettare il padrone
ha detto in un' intercettazione telefonica.
I quattro uomini, a cui è contestato l'omicidio volontario con il dolo eventuale (come alla Del Prete), erano andati a San Giuliano per accompagnare Pellettieri ancora malconcio dopo il pestaggio. Lo steso Pellettieri aveva fatto fuoco sei volte, colpendo Verrascina a una gamba e alla schiena, mentre fuggiva, con un colpo di pistola calibro 22 che gli aveva perforato un polmone, uccidendolo.
Pellettieri era stato individuato grazie alle telecamere di sicurezza di uno stabile e aveva confessato il delitto, attribuendosene tutta la responsabilità. Confessò di aver gettato in un canale la calibro 22, arma del delitto. A Esperto, invece, sono state trovate due pistole e un mitragliatore kalashnikov.


11 luglio 2014
Mogli ambasciatrici dei boss in carcere. "A loro i soldi sicuri della droga"
Una casa discreta, una vita discreta. Nulla per destare sospetti. Eppure, secondo la procura di Milano, sotto la traccia di un’esistenza del tutto normale, Lucia Friolo per anni ha tessuto la tela criminale per conto di Biagio Crisafulli, marito carcerato, boss di peso che ha fatto carriera, scalato i gradi della “delinquenza”, condotto trattative con ‘ndrangheta e Cosa Nostra e nel 1998 è finito in carcere. Catturato da latitante a Parigi.
Affari ieri, affari oggi. Grazie anche a donna Lucia: portavoce e ambasciatrice per conto di Dentino. Voce bassa in quartiere a Quarto Oggiaro, ma presente, visibile, ferma. Rispettata. Cerniera per il carcere, sostiene l’accusa, ma anche cassaforte dello spaccio, tanto che, annota il Ros nella sua informativa conclusiva, “riceveva” da Domenico Palazzolo “la quota di denaro ricavata dalla vendita dello stupefacente spettante al marito; avendo chiesto la somma di euro 1.000 per ogni ragazzo che smerciava a Quarto Oggiaro”. Motivo per il quale Lucia Friolo oggi è stata raggiunta da un’ordinanza per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga.
Per lei niente carcere, ma arresti domiciliari.

Stessa misura applicata a Daniela D’Orsi, consorte di Alex Crisafulli, fratello minore di Dentino.

E la D’Orsi che, secondo la ricostruzione degli investigatori, riceve l’ordine di comunicare che Francesco Castriotta, narcos alla milanese, non è più gradito tra via Pascarella e via Lopez. E’ lei che fa girare la voce che “baffo tingiuto non conta più un cazzo”. E per sottolineare il messaggio, lei assieme alla Friolo si fa vedere spesso in quartiere. Donna Lucia incontra Biagio Crisafulli in carcere e riceve la direttiva di avvertire “tale Domenico” che la cocaina deve darla a determinate persone. Si tratta di Domenico Brescia, spacciatore già condannato con legami con alcuni ex giocatori dell’Inter. Il messaggio così arriva a Mimmo Palazzolo che lo consegna personalmente a Brescia. Non solo.
A testimoniare l’influenza di Daniela D’Orsi a Quarto Oggiaro c’è la vicenda dell’omicidio di Francesco Carvelli, figlio del boss ergastolano Angelo Carvelli.
Il ragazzo viene trovato ammazzato la mattina del 4 agosto 2007. Legato a un albero nel parco delle Groane e giustiziato a colpi di pistola. La sera del 4 agosto, quando ancora l’inchiesta deve partire, la D’Orsi al telefono con un amico commenta:
A Quarto c’è un bordello, hanno ammazzato Cecco. Praticamente c’è un blocco, stanno cercando gli slavi, ti dico c’è un bordello. Mi hanno detto che praticamente l’hanno trovato non sanno se è sfregiato perché non si riconosce in faccia o se gli hanno sparato, praticamente aveva dei soldi, gli slavi glieli volevano portar via e l’hanno scavallato. 
Il ruolo attivo della Friolo, inoltre, emerge dal suo rapporto con Palazzolo, secondo il pm il vero referente di Dentino a Quarto Oggiaro. Da lui riceve, ad esempio, il denaro per pagare i legali. Dice Palazzolo: “Noi per il movimento gli dobbiamo dare a Lucia la sua parte…”. Insomma, il boss vuole la sua parte anche dal carcere. Palazzolo lo sa e aggiunge che dal mese successivo dovranno consegnare alla stessa “tutti i soldi sicuri della droga”.
E donna Lucia mica sta lì ad attendere. Se il denaro non arriva, lei si lamenta, fa pressione, si fa sentire. Tanto che Palazzolo paga. “Ogni volta che mi vede mi dice sempre le solite cose, la scorsa volta ti avevo detto: facciamo così così, poi è venuta fuori la storia dell’avvocato, ma ci mancherebbe io gli ho detto: adesso se lo vedo glielo dico Lucia, avete preso quei ragazzi? che cazzo fate? Per quei ragazzi gli deve portare mille euro…”.
Insomma, mogli che hanno obbedito e comandato, al di là del carcere, delle sentenze e della condanne definitive dei loro mariti. Perché il potere non si fiacca con qualche anno di carcere.


“Lady ‘Ndrangheta” ritratto delle donne di mafia, speciale su Sky TG24
Su Sky TG24 lo speciale a cura di Beatrice Borromeo; un viaggio dalla Calabria all’Inghilterra, passando per Milano, per raccontare il ruolo dell’universo femminile nell’organizzazione criminale che fattura più di Cosa Nostra.

PARTE PRIMA SECONDA
Lady ‘Ndrangheta” lo speciale di Beatrice Borromeo in onda su Sky TG24 è il ritratto, femminile, di una delle organizzazioni criminali più temibili e feroci del mondo. I documentari di “Lady ‘Ndrangheta”, prodotti da Wildside, raccontano di Angela Bartucca, moglie del boss Rocco Anello, che seduce i giovani che girano intorno al clan, che poi scompaiono misteriosamente.
Vuoi che ti dica che ruolo hanno gli uomini? Nessuno”.
Sono le donne il perno centrale della ‘Ndrangheta, sono le donne a comandare, sono le donne a dirigere l’orchestra. Donne capocosche, che tagliano droga, ordinano omicidi, trafficano armi.
Sono loro le Lady ‘Ndrangheta. 
Regine e principesse con pistole e bazooka al posto degli scettri.
La mafia numero uno al mondo, che fattura più di Cosa Nostra, viene narrata in un racconto approfondito e inedito attraverso le interviste alle sue donne.
[ fonte: Sky TG 24 ]

Torre Annunziata (NA) - Tentato omicidio: arrestate moglie e madre boss Gionta



































12 agosto 2015 - Annunziata Caso, moglie di Aldo Gionta, capo dell'omonimo clan operante a Torre Annunziata, è stata arrestata dai carabinieri per tentato omicidio.
Annunziata Caso, consorte del boss, e la madre Pasqualina Apuzzo sono state rinchiuse nel carcere di Pozzuoli, mentre Gemma Gionta è finita ai domiciliari perché mamma di bimbi ancora piccoli.
Nel luglio scorso, Carmela Gionta era finita in carcere per associazione camorristica, usura e tentata estorsione.
L'ordinanza di custodia cautelare per tentato omicidio e associazione mafiosa a carico delle tre donne è stata emessa dalla Dda di Napoli. Nel mese di luglio, Carmela Gionta, prima di essere arrestata, avrebbe subito pressioni dalla tre donne, che le avrebbero prestato circa 15mila euro per un prestito a un imprenditore, che non riusciva ad estinguerlo. E l'avrebbero accoltellata.

Casal di Principe (CE) - Blitz al clan dei Casalesi: arrestata la sorella di Zagaria
1° ottobre 2015 - Blitz di Carabinieri e Polizia di Stato contro il clan dei Casalesi fazione Zagaria.
I militari del Ros e gli agenti della Polizia di Caserta sono impegnati dalle prime ore del mattino in un'operazione che ha consentito la cattura, per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, favoreggiamento, ricettazione e concorso esterno in associazione a delinquere, di 4 indagati ritenuti organici al clan. Le indagini sono coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli.
Fra gli arrestati nel blitz della Squadra Mobile di Caserta e dei carabinieri del Ros c'è anche la sorella di Michele Zagaria, Gesualda.
http://www.iltempo.it/cronache/2015/10/01/camorra-blitz-al-clan-dei-casalesi-arrestata-la-sorella-di-zagaria-1.1463091

Gioia Tauro: Così la donna del boss terrorizzava la piana di Gioia Tauro
18 dicembre 2015 - La moglie del boss si vede infliggere una pena più dura del marito, perché considerata più pericolosa: lo ha stabilito il Tribunale di Palmi, che ha condannato a 25 anni di carcere Aurora Spanò e a 18 anni il marito Giulio Bellocco.
La donna è stata dunque considerata mente e coordinatrice della cosca Bellocco a San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro.
Tante le accuse contro la donna, arrestata dopo sette mesi di latitanza: avrebbe prestato a strozzo 600mila euro a due imprenditori della zona, per poi impossessarsi di uno stabile di proprietà della famiglia dei creditori, i quali avevano anche provato a scappare al Nord, ma erano stati raggiunti e malmenati.
La Spanò ha commesso anche violenze in carcere nei confronti di altre detenute. Secondo la testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola,
Giulio Bellocco e la moglie Spanò Aurora abitano a San Ferdinando e si può dire che il paese sia di loro proprietà, in quanto sono a conoscenza del fatto che, per qualsiasi investimento, anche per affittare una casa, è necessario chiedere l’autorizzazione a loro.
Una delle vittime dello strozzinaggio della coppia, inoltre, aveva accusato direttamente la donna:
Mi disse che ci avrebbe buttato tutti fuori di casa e suo figlio aggiunse che, se non avessimo subito consegnato loro gli appartamenti, avrebbero ucciso i miei fratelli che abitano al Nord. Ho molta paura sia per la mia incolumità che per quella dei miei familiari.
Infine, in alcune memorie della Spanò, pubblicate da Mondadori insieme alle testimonianze di altri carcerati si legge:
Il mio uomo e la sua famiglia, undici fratelli, erano importanti e rispettati in paese e in tutta la provincia, se non in tutta la Calabria. Le persone si rivolgevano a loro per avere quella giustizia che spesso la legge non riusciva a garantire, per questo motivo nei rapporti delle forze dell’ordine apparivano come dei fuorilegge, perseguiti e accusati di tutto ciò che accadeva in paese, anche quando non c’entravano nulla. A causa di queste dicerie, mio marito fu ricercato attivamente da tutte le forze di polizia e costretto alla latitanza.

Boscoreale (NA) - Armi e droga: scacco al clan delle donne









26 gennaio 2016 - Droga e armi al Piano Napoli di via Settetermini, la cosiddetta «Scampia del Vesuviano».
Ieri mattina un nuovo blitz ha portato all’arresto di sette persone, tutte appartenenti alla famiglia Sarnataro, una «costola» dei Tasseri, i pusher che acquistano la droga dal clan Gallo-Limelli-Vangone, egemone nel quartiere di edilizia popolare.
Sono finite in manette in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere (gip Federico Colucci): la Dda ipotizza i reati di associazione armata finalizzata a commettere più reati, tra cui lo spaccio di hashish, marijuana e cocaina.
Gli arrestati sono Raffaele Sarnataro, 56 anni, la moglie Argentina Improta, 46, i figli Mario e Giovanni Sarnataro, 25 e 27 anni; Antonietta Coppola, fidanzata di Mario, 21enne, Emiliana Capasso, 43 anni, suocera di Giovanni, e Enrico Buonvolere, 26 anni, ex pugile e fratello di Mauro, il 21enne ammazzato a febbraio del 2015 per questioni legate agli affari di droga, su cui si indaga.
Le donne svolgevano un ruolo importante di vedette, ma in alcuni casi acquistavano direttamente la droga dai Limelli, per poi venderla al Piano Napoli.
Ognuna si occupava di nascondere in casa le dosi, confezionarle e comprarle e aveva a disposizione un’ingente quantità di armi e soldi, per portare avanti il business. La marijuana acquistata all’ingrosso costava 3,80 euro ogni 200 grammi. Le pusher erano organizzate in turni da 8 ore e guadagnavano in percentuale in base alle vendite. Non c’era una tariffa vera e propria, perché «le cose erano fatte in famiglia».
A dare il via alle indagini - condotte dai carabinieri del nucleo investigativo del maggiore Leonardo Acquaro del gruppo di Torre Annunziata del colonnello Antonio Petti - è stata la sparatoria avvenuta nel quartiere il 25 luglio del 2014, legata a questioni di usura. Quel giorno un gruppo di fuoco della famiglia «nemica», le Colantuono, capeggiato da Rosa Intagliatore e Annunziata Colantuono (in manette a seguito di un’indagine lampo), sparò contro il balcone delle sorelle Rita e Argentina Improta, colpevoli, secondo le avversarie, di non riuscire a estinguere un prestito usuraio di 3mila euro a causa degli interessi. Le due vittime in quell’occasione collaborarono con i carabinieri e mandarono tutte le colpevoli in carcere.
A marzo però, la Intagliatore e la Colantuono sono state scarcerate e da allora, grazie alle intercettazioni ambientali, si è scoperto che i Sarnataro avevano paura di eventuali ritorsioni
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Lady camorra si è pentita, tremano i clan di Ercolano
10 febbraio 2016 - Mancava il pezzo da novanta, qualora ve ne fosse ancora bisogno, per travolgere ciò che resta della mala di Ercolano. Due decenni di faide, vent'anni di soprusi ai danni di commercianti e imprenditori in balìa degli eventi. Quattro lustri di violenza che ebbero per registi i boss, oggi tutti detenuti, e una donna che da «signora» della droga acquisì, all'occorrenza, lo status di reggente.
Lo hanno detto i pentiti che l'hanno anche accusata di essere stata fra i responsabili dell'agguato ai danni di Gennarino Brisciano, l'ex collaboratore di giustizia ammazzato nel 2001, e l'hanno fatta condannare all'ergastolo. 
La sentenza è dell'aprile dello scorso anno.
Da oggi anche Enrichetta Cordua - 45 anni, lady camorra di spessore che ha guidato il cartello criminale dei Birra-Iacomino per anni - è una pentita. Ed è la seconda donna che si stacca dalle file della criminalità organizzata vesuviana.
Prima di lei, Antonella Madonna, moglie del ras al 41bis, Natale Dantese, ha fatto la scelta di passare dalla parte dello Stato, ma la sua fu una decisione dettata più dall'istinto di sopravvivenza che dalla prospettiva di una vita dietro le sbarre. Antonella Madonna si pentì dopo essere stata a sua volta reggente del clan, quello degli Ascione-Papale, ed aver tradito, con un marinaio, il marito detenuto. La tresca fu scoperta e la donna fu picchiata assieme all'amante dai fedelissimi del padrino. Le portarono via le figlie e minacciarono di morte la sua famiglia d'origine. La giovane donna decise di rifugiarsi tra le braccia dello Stato perché era l'unica possibilità che aveva.
Enrichetta Cordua ha un passato completamente diverso alle spalle. Fredda, lucida, non si è mai fatta travolgere dalle passioni e dai sentimenti. È depositaria di segreti che valicano i confini di Ercolano ed è stata protagonista del panorama criminale degli anni a cavallo tra i 90 e i 2000, periodo in cui la droga arrivava a fiumi alle falde del Vesuvio. E i clan di Ercolano non erano certamente i soli a gestire quel traffico che fruttava milioni di lire a settimane.
La sua scelta di collaborare è un ennesimo punto messo a segno dalla Dda di Napoli, la prova del lavoro spesso ineccepibile del pool coordinato dall'aggiunto Filippo Beatrice. Le inchieste che hanno smantellato le cosche di Ercolano portano la firma di Pierpaolo Filippelli, oggi procuratore aggiunto a Torre Annunziata. Anche l'ergastolo per la Cordua fu opera dello stesso pm così come la condanna a vent'anni per associazione per delinquere di stampo mafioso e armi, altro verdetto del 2015.
Insomma, oggi, di fronte al «fine pena mai», anche l'irriducibile Enrichetta ha ceduto. E allora tremano i pochi camorristi ercolanesi scampati alle inchieste degli ultimi dieci anni, gli imprenditori che hanno fatto affari con la malavita e che sono riusciti - per ora - a tenersi fuori dalle maglie della Dda. Ma la sua è una memoria di lungo corso e la procura cerca da anni di trovare il bandolo della matassa delle infiltrazioni camorristiche negli ambienti politici, nella gestione degli appalti di alcuni servizi pubblici.
Ad oggi, nessun pentito ne ha parlato, ma la Cordua potrebbe farlo. E non è tutto. Il terremoto che potrebbero scatenare le sue dichiarazioni mette a rischio anche i clan storicamente alleati ai Birra-Iacomino: dai Gionta di Torre Annunziata, che ad oggi sono immuni dall'emorragia di pentiti che ha travolto la camorra vesuviana, fino ai Lorusso di Miano.
La notizia del suo pentimento è emersa dopo la condanna, due giorni fa, a dieci anni e otto mesi per l'omicidio di Alfonso Guida: la Cordua ha usufruito dell'articolo 8 per i collaboratori di giustizia. I familiari della donna hanno approvato la scelta ed hanno aderito al programma di protezione.

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